Rabu, 30 November 2016

Referendum, CNEL: che cos'è, cosa fa, quanto ci costa e perché tutti sostengono che sia inutile - International Business Times Italia

Cerchi chiarimenti sul referendum? Scrivici[1], risponderemo alle tue domande!

Il CNEL è un "miracolo". Non perché serva a qualcosa, ma perché la sua abolizione, con o senza referendum del 4 dicembre, sembra essere l'unico punto della riforma costituzionale che mette tutti d'accordo, o quasi. Sia il fronte del No che quello del Sì sostengono la totale inutilità del Consiglio Nazionale dell'Economia e del Lavoro previsto dall'articolo 99 dell'attuale Costituzione, istituto con una legge del 1957 e disciplinato da una legge del 1986.

Ciò su cui le due parti in causa continuano a litigare sono invece i risparmi derivanti dalla soppressione dell'ente: 20 milioni di euro l'anno secondo i calcoli del Governo Renzi, meno della metà (circa 8,8 milioni) per i secondi, una cifra che scende addirittura a 3 milioni di euro l'anno, tenendo conto del costo degli attuali dipendenti del CNEL che verranno trasferiti alla Corte dei Conti (e quindi continueranno ad essere pagati con soldi pubblici) e delle spese di manutenzione e di Villa Lubin, la splendida sede neobarocca dell'ente, situata nel cuore di Villa Borghese a Roma. Dal giorno della sua istituzione, avvenuta 58 anni fa, il CNEL sarebbe costato ai contribuenti italiani, nel complesso, 1 miliardo di euro.

PER APPROFONDIRE: CNEL: costi, funzioni e risultati. Tutto ciò che dovete sapere sull'ente che la riforma Costituzionale vuole abolire[2]

CNEL: illustre sconosciuto

Diciamoci la verità, fino all'inizio della campagna elettorale sul referendum del 4 dicembre, erano pochi coloro che conoscevano l'esistenza di questo ente voluto dai Padri Costituenti allo scopo di rappresentare le categorie produttive, offrire consulenza alle Camere e al Governo su determinate materie di interesse economico e sociale e "contribuire alla elaborazione della legislazione economica e sociale secondo i principi ed entro i limiti stabiliti dalla legge" (art.99 della Costituzione italiana).

Anche i pochi fortunati che nel corso della loro vita avevano sentito nominare l'acronimo "CNEL" avevano qualche difficoltà ad attribuirgli funzioni, costi e risultati.

Eppure, la sua soppressione sembra essere diventata talmente importante da fargli meritare un posto d'onore sia nel quesito referendario che nel titolo della legge di riforma costituzionale voluta dal duo Renzi-Boschi e approvata dal Parlamento lo scorso aprile.

Per molti la causa di tutto ciò è solo una: la propaganda politica. Per altri invece il Consiglio è diventato il simbolo degli sprechi che il Governo intende eliminare.

PER APPROFONDIRE: Referendum, dalla Consulta al Presidente della Repubblica: le modifiche "minori" previste dalla riforma della Costituzione[3]

CNEL:  organico

Quando funzionava a pieno regime, il CNEL poteva contare su 121 consiglieri, scesi poi a 119 poiché i due posti previsti per IRI ed EFIM non sono stati più assegnati dopo la soppressione di tali enti. La sua composizione e le sue funzioni erano disciplinati dalle legge n.936 del 1986.

Il  DPR del 20 gennaio 2012 ha quasi dimezzato il numero dei consiglieri, nominandone "solo 64", così suddivisi:

  • 10 esperti, esponenti del mondo economico, sociale e giuridico. 8 vengono nominati dal Presidente della Repubblica e 2 proposti dal Presidente del Consiglio dei Ministri;

  • 48 rappresentanti delle categorie produttive a loro volta suddivisi in: 22 rappresentanti del lavoro dipendente, 3 rappresentanti di dirigenti e quadri, 9 di lavoro autonomo, 17 rappresentanti delle imprese.

  • 6 rappresentanti delle associazioni di promozione sociale e delle organizzazioni del volontariato scelti dall'Osservatorio nazionale dell'associazionismo e dall'Osservatorio nazionale per il volontariato.

Il presidente del Cnel viene nominato del Presidente della Repubblica, tramite un apposito decreto.

Oggi di consiglieri ne sono rimasti solo 24 perché i 40 rappresentanti che si sono dimessi nel corso del tempo non sono mai stati sostituiti. A questi si aggiungono 57 dipendenti che, come detto in precedenza, in caso di vittoria del Sì e dunque di abolizione del CNEL, verranno reimpiegati alle dipendenze della Corte dei Conti.

I costi del CNEL

Come detto, ai tempi del suo massimo splendore, i costi di gestione del CNEL arrivavano a circa 20 milioni di euro. Attualmente, in base ai dati derivanti dal bilancio 2015, le spese per il mantenimento di questo organo arrivano a 8,7 milioni.

Consultando le singole voci si scopre che questi soldi servono soprattutto per provvedere agli stipendi dei dipendenti e per mantenere aperta Villa Lubin, la splendida sede dell'ente situata a Villa Borghese, costruita 110 anni fa per ospitare l'Istituto Internazionale di Agricoltura.

A decorrere dal 2015, in base a quanto previsto dalla legge di Stabilità, i consiglieri non possono più contare sull'indennità precedentemente prevista, pari a 2.154 euro al mese e sui rimborsi spese per i viaggi, le funzioni di rappresentanza, ecc.

A cosa serve e cosa fa il CNEL

Il Consiglio Nazionale dell'Economia e Del Lavoro esiste grazie all'articolo 99 della Costituzione italiana, in base al quale: "è composto, nei modi stabiliti dalla legge, di esperti e di rappresentanti delle categorie produttive, in misura che tenga conto della loro importanza numerica e qualitativa. È organo di consulenza delle Camere e del Governo per le materie e secondo le funzioni che gli sono attribuite dalla legge. Ha l'iniziativa legislativa [cfr. art. 71 c.1] e può contribuire alla elaborazione della legislazione economica e sociale secondo i principi ed entro i limiti stabiliti dalla legge".

La sua istituzione ufficiale è avvenuta nel 1957, mentre la sua disposizione e le sue funzioni sono regolati da una legge del 30 dicembre 1986.

Le funzioni del CNEL sono essenzialmente due: la promozione di iniziative legislative in materia economico-sociale (un esempio possono essere le leggi tributarie, di bilancio o le norme costituzionali); l'espressione di pareri non vincolanti su richiesta del Parlamento.

A cosa sarebbe dovuto servire? Lo scopo era quello di consentire alle associazioni di categoria di trovare un luogo nel quale esprimersi creando un ente che avrebbe dovuto farsi portavoce delle istanze delle diverse parti sociali. Nel corso degli anni è diventato chiaro che la missione conferita al CNEL è stata ampiamente disattesa, mentre la funzione di mediazione è stata garantita dal confronto diretto tra politica e parti sociali, uno strumento considerato più utile e immediato dai sindacati, dalle categorie professionali ecc. .

A conferma di ciò ci sono i numeri. Nel corso dei suoi 58 anni di età l'organismo ha prodotto: 96 Pareri; 350 testi di Osservazioni e Proposte; 270 Rapporti e Studi; 90 Relazioni; 130 Dossier che raccolgono gli atti di convegni ospitati al CNEL; 20 Protocolli e Collaborazioni istituzionali. A questi atti si aggiungono 14 disegni di legge, tutti totalmente ignoranti dal Parlamento.

Come abbiamo già spiegato, "L'ultimo documento redatto dal CNEL è datato 7 novembre ed è il risultato della tradizionale audizione in Parlamento del Consiglio nazionale dell'Economia e del Lavoro sul "Disegno di legge di bilancio dello Stato per l'anno finanziario 2017 e per il triennio 2017-2019", 10 pagine in cui l'ente fornisce al Parlamento il proprio parere sulla legge di Bilancio. L'ultima proposta di legge ignorata dal Parlamento e dal Governo risale invece al 3 novembre 2014 e riguarda "Disposizioni sui servizi integrati e di gestione degli immobili".

Quanto sopra riportato dimostra lo scarso "peso" avuto nel corso degli anni dal CNEL nella definizione della politica nazionale. Da sottolineare che l'Italia non è l'unico Paese a prevedere l'esistenza di un ente del genere. Ce l'ha pure la Francia, per esempio, e anche a Parigi il problema della sua effettiva utilità è stato affrontato e ha suscitato dubbi e polemiche.

I cugini transalpini hanno però deciso di non abolirlo, ma di attuare una riforma che ha trasformato radicalmente l'organismo che è diventato il "France stratégie ", un organo che si occupa di riflettere e di analizzare temi cruciali per il Paese di cui il Governo usufruisce nell'esercizio delle sue funzioni.

DOMANDE SUL REFERENDUM? LE NOSTRE RISPOSTE

Cosa prevede l'articolo 70? (Quello che pone fine al bicameralismo perfetto)[4]

Come sarà il nuovo Senato?[5]

Che cos'è e come cambia il Titolo V? (Quello che riguarda anche le Regioni)[6]

A che serve e quanto costa il CNEL? (Che la riforma vuole abolire)[7]

E in generale, quanto risparmieremmo se vince il Sì?[8]

Le modifiche alla Costituzione di cui si parla poco[9]

Le FAQ di IbTimes sul referendum costituzionale[10]

Quali leggi sono bloccate in Parlamento in attesa del referendum?[11]

Quali agevolazioni ci sono per chi viaggia per votare?[12]

Il medico e l'amante killer: un lavoro in cambio del silenzio. La dottoressa che sapeva degli omicidi - Corriere della Sera

«L'idraulico liquido non ha fatto una cippa. Gliel'ho buttato su apposta». L'infermiera Laura Taroni versava il liquido sgorgante sui pomodori della zia Irma, anziana e sordomuta. C'era anche lei nell'elenco dei morituri, insieme al cugino Davide, al nonno Angelo e alla madre Maria Cristina Clerici, che oggi è tra le morti sospette della coppia di amanti. E con loro ci sono altri tre pazienti dell'ospedale di Saronno ai quali l'anestesista avrebbe praticato il «protocollo Cazzaniga», un cocktail di farmaci per indurre la morte. Insieme a nuove morti sospette, spunta l'ombra di un bando creato ad arte per assumere una dottoressa che minacciava di denunciare tutto ai carabinieri. Raccontare che nel pronto soccorso i malati più gravi venivano uccisi dall'Angelo della morte, da Leonardo Cazzaniga, il medico che si credeva dio.

La dottoressa indagata

Tutto avviene alla fine di agosto di un anno fa. Una degli indagati, la dottoressa Simona Sangion, si sfoga al telefono con il primario Nicola Scoppetta per il quale il gip ha negato i domiciliari (i pm hanno fatto ricorso al Riesame). «Se io il 24 settembre però non ho un lavoro, io faccio scoppiare un casino! E ho le carte in mano per farlo scoppiare davvero perché adesso sono veramente stanca di essere presa per il c...». A scatenare la rabbia è la scoperta che il suo nome è stato cancellato dal piano turni dell'ospedale perché il suo contratto è in scadenza.

Un concorso ad hoc

La storia è raccontata nella richiesta di misure cautelari firmata dai magistrati Maria Cristina Ria e Gian Luigi Fontana. La dottoressa Sangion è indagata per falso ideologico in atto pubblico perché sospettata di aver aiutato Laura Taroni a falsificare le analisi del sangue del marito. Quando riceve l'avviso di garanzia, il primario Nicola Scoppetta le suggerisce la linea difensiva da tenere durante l'interrogatorio: «Succede che si faccia una cortesia a un collega e quindi si faccia degli esami al marito anche se non è presente». Ma la donna è furibonda e rivela che se i vertici ospedalieri non l'aiuteranno avviserà «i parenti dei pazienti morti che un medico del reparto li ha ammazzati». L'interrogatorio è fissato per l'11 giugno 2015. Due giorni prima l'azienda si muove e la rassicura. Il direttore di presidio Paolo Valentini le manifesta l'intenzione di assumerla, nono stante l'avviso di garanzia. Il primario Scoppetta la chiama dopo il colloquio: «Stiamo preparando il bando di concorso per rinnovarti l'incarico». Eppure il tempo passa e il 21 agosto la dottoressa torna alla carica. A ottobre viene organizzato un concorso ad hoc, e lei viene assunta. La vicenda non è oggetto di contestazione penale, ma rivela piuttosto un malcostume che, secondo le accuse, serve anche a non far trapelare informazioni e a difendere il nome dell'ospedale.

Soldi sottratti dal conto il giorno del funerale del marito

Nelle carte c'è il ritratto di una coppia di amanti deliranti e spietati. Due ore prima del funerale del marito, l'infermiera trasferisce sulla sua carta di credito 2 mila euro dal conto del suocero morto. È il 2 luglio 2013 e alle 16.54, pochi minuti dopo che la bara di Massimo Guerra esca dalla chiesa parrocchiale, lei acquista sul sito Apple un telefonino iPhone 4s. È l'ultimo di una serie di «regali» che si è concessa: c'è anche un altro smartphone (675 euro) e un iPad (579). «Può considerarsi un dato di fatto che il giorno dei funerali del marito — scrivono i pm —, Laura Taroni si occupava di sottrarre somme dal contro corrente del suocero ed effettuava l'acquisto online di un costoso bene voluttuario».

La relazione con il marito

Che la donna non provasse dolore per la morte del marito, è lei stessa a raccontarlo al figlio di 11 anni. È sempre lei a confidare alla domestica che Massimo Guerra meritasse «quello che ha avuto»: «Mio marito era uno sfruttatore, bastar... Due volte ho preso anche un coltello, gliel'ho puntato alla gola. Ho ringraziato dio quando è morto». Racconta, l'infermiera arrestata lunedì insieme all'anestesista, che il marito la costringeva a pratiche sessuali dolorose e umilianti. Intercettata, arriva perfino a dire che aveva una relazione segreta con sua madre: «Guarda, ho le foto te le farò vedere», confida a un amico.

I figli

L'idea di liberarsi anche dei due figli la sfiora in molte conversazioni con il suo amante: «Ho detto che potrei ucciderli per te. Sei l'uomo più importante del mondo».

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1 dicembre 2016 | 00:09

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Omicidio Fortuna Loffredo, gettata nel vuoto viva e cosciente - Campanianotizie (Satira) (Comunicati Stampa) (Blog)

La piccola Fortuna Loffredo fu lanciata da un'altezza sicuramente superiore ai 10 metri cadendo di schiena, riportando fratture in più parti. Lo ha confermato il medico legale Nicola Balzano deponendo come teste al processo davanti alla quinta sezione della Corte d'Assise per l'omicidio della bimba del Parco Verde di Caivano. A un primo esame esterno si rese conto subito che la morte era dovuta a una caduta da una grande altezza. Per il medico Chicca era viva e cosciente non essendo stati riscontrati segni di percosse.

La circostanza che sul luogo dell'impatto non siano stati trovati sangue e tracce organiche non è affatto anomala secondo il medico legale il quale ha, infatti, spiegato che quando i corpi precipitano da notevoli altezze non si regist rano di solito lesioni esterne ma si riscontrano, al contrario, forti lesioni ed emorragie agli organi interni. Il medico ha anche partecipato alla perizia ginecologica ed ha confermato che la bimba era vittima di abusi sessuali reiterati nel tempo. Appena il testimone ha cominciato in aula a riferire la dinamica della caduta e gli effetti devastanti sul corpo di Chicca la mamma, Mimma Guardato, si è allontanata velocemente dall'aula per non ascoltare la ricostruzione.





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Dalla Svizzera a Taranto, il cammino tortuoso dei fondi dei Riva - Il Sole 24 Ore

Il "tesoro dei Riva" non è ancora in viaggio verso Taranto ma ormai è solo questione di giorni. L'accordo per il rientro dei fondi, stimati tra 1,3 e 1,4 miliardi di euro, viene confermato da ambienti vicini al gruppo Riva anche se fonti giudiziarie milanesi affermano che per la firma formale dell'intesa mancano ancora alcuni tasselli e parlano di una cifra di poco inferiore a 1,2 miliardi di euro, per la precisione 1,173 miliardi. Comunque vada, la storia del "tesoretto" che dovrebbe sancire il definitivo risanamento ambientale della più grande acciaieria d'Europa è la storia di un cammino tormentato, scandito da colpi di scena che negli ultimi tre anni si sono susseguiti su più fronti.

Lo slalom nei paradisi fiscali
I soldi furono scoperti dalla Guardia di Finanza e dalla procura di Milano che indagavano nel 2013 su alcune operazioni sospette del gruppo siderurgico. Depositati in Svizzera e controllati da alcuni trust domiciliati nel paradiso fiscale di Jersey, una delle Isole del Canale appartenenti alla Regina d'Inghilterra, i fondi sequestrati erano stati bloccati in Svizzera un anno fa dal tribunale di Bellinzona su richiesta di alcuni eredi di Emilio Riva (morto nel 2014). Da allora sono cominciati i negoziati sfociati nell'accordo annunciato dal presidente del Consiglio, Matteo Renzi[1].

Il rimpatrio dei soldi - fanno notare fonti giudiziarie - richiede l'intervento di molti attori. Occorrerà il via libera formale delle autorità giudiziarie svizzere, un

pronunciamento dell'Alta Corte di Jersey, visto che i fondi sono formalmente nella disponibilità della Ubs Trustee di Saint Helier, che amministra i quattro trust proprietari dei beni. C'è poi un ruolo laterale della procura di Milano, che ha chiesto il fallimento della ex capogruppo Riva Fire e di altre società della galassia siderurgica, e del Tribunale fallimentare di Milano, che dovrà pronunciarsi su questa richiesta. A Taranto, poi, c'è un processo in corso per disastro ambientale presso la Corte d'Assise. È chiaro che lo sblocco del "tesoretto" influenzerà i fronti giudiziari, che potrebbero concludersi con un patteggiamento.

La scoperta dei fondi
È il 23 maggio 2013 quando trapela la notizia che Emilio e Adriano Riva sono indagati dalla procura di Milano con l'ipotesi di reato di truffa ai danni dello stato e di trasferimento fraudolento di valori. Ad accusare i patron del gruppo siderurgico sono i sostituti procuratori Stefano Civardi e Mauro Clerici, che chiedono al gip Fabrizio D'Arcangelo il sequestro di 1,173 miliardi scoperti all'estero.

Nell'ordinanza di sequestro il gip usa parole durissime: i fondi – scrive – «costituiscono il provento dei delitti di appropriazione indebita continuata e aggravata» da parte degli indagati «ai danni della Fire Finanziara Spa (oggi Riva Fire, ndr), di truffa aggravata, di infedeltà patrimoniale e di false comunicazioni sociali, oltre che di dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici e di trasferimento fraudolento di valori». Con Emilio e Adriano Riva sono indagati anche due consulenti degli imprenditori: Franco Pozzi ed Emilio Gnech, entrambi partner dello studio Biscozzi Nobili di Milano, ed entrambi accusati di riciclaggio.

Nel mirino della procura di Milano ci sono in quei giorni tre operazioni societarie passate al setaccio dagli uomini della Guardia di Finanza. La prima, del dicembre 1995, riguarda la cessione di quote della società olandese Oak. La seconda è relativa alla vendita di una holding lussemburghese, la Stahlbeteiligungen Holding Sa, avvenuta nel maggio 1997. La terza riguarda invece la cessione dell'11,75% dell'Ilva Spa nel luglio 2003.

Le tre operazioni avevano permesso ai due fratelli - secondo la ricostruzione della procura - di generare una provvista complessiva di 1,39 miliardi di euro, dei quali 1,18 erano stati "rimpatriati giuridicamente" (il patrimonio era stato cioé regolarizzato ma era rimasto all'estero) con lo scudo fiscale del 2009 voluto da Tremonti.

Ilva: accordo tra la famiglia Riva e il governo

«In tutte e tre le operazioni – scriveva il gip – il corrispettivo della cessione di partecipazioni societarie... veniva fatto lucrare da società veicolo allocate in paesi a fiscalità privilegiata e riconducibili ad Adriano ed Emilio Riva e, da ultimo, fatto confluire nei trust costituiti in un paese non collaborante nel contrasto al riciclaggio (il Jersey)».

Nel 2009 Adriano ed Emilio Riva avevano deciso di scudare i beni custoditi nei trust dell'isola di Jersey. Ma l'operazione, secondo la procura di Milano, non era stata realizzata nel rispetto della legge perché il vero settlor (cioé colui che aveva trasferito i beni) dei trust era Adriano Riva, che era cittadino canadese residente a Montecarlo, mentre nella dichiarazione presentata alle autorità fiscali italiane figurava il nome di Emilio. Secondo gli inquirenti, dunque, il condono fiscale non poteva essere richiesto.

I trust creati a beneficio della famiglia Riva (Orion, Sirius, Venus, Antares, Lucam, Minerva, Paella e Felgan) erano stati ideati, secondo i pm, esclusivamente per celare chi fosse il reale proprietario dei beni. Prima di conferirli ai trust, inoltre, i soldi erano stati ulteriormente schermati «per agevolarne il riciclaggio» e inseriti «fittiziamente» in quattro società delle isole Cayman: Jamuri Limited, Nebo Limited, Millicent Limited e Finia Limited.
La Guardia di Finanza aveva anche accertato che il reale proprietario del gruppo era Emilio Riva, in virtù di un patto di famiglia che gli consentiva di «decidere da solo sulle questioni di maggiore rilevanza per la società».

Il Master Trust di Jersey
A fine agosto 2013 emergono nuovi fondi della famiglia Riva collocati in trust esteri e gli inquirenti delineano meglio l'intricata catena di controllo del gruppo che possiede l'impianto dell'Ilva a Taranto. Fino a quel momento era noto che l'Ilva era controllata dalla Luxpack, una società con un capitale sociale di soli seimila dollari domiciliata a Curaçao, paradiso fiscale delle ex Antille Olandesi. Ma nell'agosto di tre anni fa i pm scoprono che la Luxpack è a sua volta posseduta da un trust con sede a Jersey, il Master Trust.

E la catena di controllo delle società non si fermava lì. Perché i beneficiari economici del Master Trust erano altri otto trust (tutti di Jersey) i cui beneficial owner erano i figli di Emilio e Adriano Riva. Insomma, la proprietà dell'Ilva (il pezzo più importante del gruppo siderurgico fondato dagli imprenditori milanesi) era schermata da sette società o trust collocati rispettivamente in Italia, Lussemburgo, Olanda, Curaçao e Jersey. Oltre a quelli nell'isola del Canale, gli investigatori avevano poi scoperto altri due trust, uno alle Bahamas e l'altro in Nuova Zelanda, entrambi riconducibili alla famiglia Riva.

La doccia fredda in Svizzera
Fino agli ultimi mesi del 2015 l'inchiesta va avanti senza scossoni e sembra che tutto proceda per il meglio. I fondi sono stati sequestrati e sono temporanemante depositati presso la Ubs in Svizzera in attesa di essere rimpatriati e utilizzati per il risanamento ambientale dell'Ilva. Ma il 25 novembre arriva, inattesa, la doccia fredda.

Il Tribunale penale federale di Bellinzona decide che quel "tesoretto" dovrà restare in Svizzera. I giudici elvetici, infatti, accolgono il ricorso presentato dalle figlie di Emilio e Adriano Riva con una sentenza di 8o pagine nella quale evidenziano «vizi particolarmente gravi» nella procedura seguita dalla procura del Cantone di Zurigo che, per conto dei magistrati italiani, chiedeva lo sblocco dei fondi.

I giudici, dunque, ribaltano la decisione che aveva autorizzato Ubs a trasferire i soldi in Italia nella disponibilità del Fondo unico della giustizia. Il Tribunale di Bellinzona spiega la sua decisione affermando che la vera motivazione dei magistrati italiani non è di natura penale ma finalizzata a raggiungere altri scopi, cioé la bonifica ambientale dell'Ilva di Taranto, mentre gli accordi di collaborazione giudiziaria con l'Italia non prevedono questa possibilità. Non solo. I giudici aggiungono che i fondi sequestrati sono solo «presumibilmente» e non «manifestamente» di origine criminale.

Gli indagati, insomma, potrebbero essere assolti alla fine del procedimento giudiziario «ma non esiste una dichiarazione di garanzia delle autorità italiane secondo la quale le persone perseguite, se dichiarate innocenti, non subirebbero nessun danno». I conti bancari sequestrati - scrivono i giudici - «rimangono bloccati sino a quando non vi è una decisione di confisca definitiva ed esecutiva in Italia». Il colpo è pesante. I soldi non tornano in Italia. Ma nel frattempo inizia una trattativa sotterranea, durata mesi, che porta finalmente all'accordo. E apre la strada al risanamento ambientale dell'Ilva.

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Amanti killer, cinque morti sospette Le frasi choc: «Uccido anche i bambini» - Il Secolo XIX

Dialoghi inquietanti emergono nell'ambito delle indagini che hanno portato all'arresto degli amanti diabolici che lavoravano all'ospedale di Saronno, in provincia di Varese

Saronno - Sembra destinato a salire il numero delle morti sospette in corsia oggetto dell'indagine dei carabinieri di Saronno (Varese), che ieri mattina ha portato all'arresto del medico anestesista del nosocomio cittadino Leonardo Cazzaniga e della sua amante, l'infermiera Laura Taroni, accusati di omicidio volontario.

Le indagini, coordinate dalla Procura di Busto Arsizio (Varese), si starebbero ampliando: dopo la morte del marito della Taroni, di cui la coppia è accusata in concorso, e dopo i decessi di altre quattro persone secondo le accuse uccise dal medico in corsia, ci sarebbero altre possibili vittime del cosiddetto «protocollo Cazzaniga».

La Procura, infatti, contestualmente agli arresti di ieri, ha sequestrato copiosa documentazione relativa a tutti i casi di decesso gestiti da Cazzaniga in pronto soccorso negli ultimi anni prima dei quattro presunti omicidi di cui è accusato. Non solo, gli investigatori stanno anche lavorando alla ricostruzione dei decessi del padre del medico (morto in ospedale mentre Cazzaniga era di turno) e della madre della sua compagna, con la quale la stessa aveva un pessimo rapporto.

I consulenti: «Morfina 10 volte oltre il dovuto»

«Appare anomalo il sovradosaggio di tutti i farmaci somministrati in pronto soccorso», rispetto al peso o all'età del paziente. È questa la conclusione della commissione medica chiamata dalla Procura di Busto Arsizio (Varese) a valutare in consulenza le cartelle dei pazienti trattati dall'anestesista Leonardo Cazzaniga, ex vice primario del pronto soccorso di Saronno (Varese), arrestato ieri con l'accusa di aver ucciso quattro pazienti. Dosi di morfina «oltre dieci volte superiori nel trattamento del dolore moderato e severo», mischiate al «doppio di dosi consigliate per anestesia generale» di midazolam e a dosi «cinque volte superiori rispetto al bolo iniziale consigliato nelle sedazioni periprocedurali», è quanto si legge nelle carte giudiziarie a sostegno delle accuse mosse al medico arrestato.

Due infermieri sospettavano ma non li hanno ascoltati
Sono sette gli infermieri dipendenti dell'ospedale di Saronno (Varese) che hanno ammesso di aver sentito parlare del «protocollo Cazzaniga», applicato ai pazienti del Pronto Soccorso di Saronno dal medico anestesista Leonardo Cazzaniga, arrestato ieri per quattro presunti omicidi in corsia, una volta interpellati dai carabinieri di Saronno. Secondo quanto rilevato dagli investigatori che, coordinati dalla Procura di Busto Arsizio, hanno ricostruito il presunto agire omicidiario del medico in pronto soccorso (e poi anche il presunto concorso nell'omicidio del marito della compagna e infermiera Laura Taroni, anche lei arrestata), la direzione sanitaria non aveva dato ascolto a due infermieri che avevano fatto presenti anomalie nel modo di lavorare di Cazzaniga. Altri invece, forse per timore, avrebbero taciuto. «Leonardo è sicuramente un medico capace, non ha mai fatto mistero della sua visione particolare della pratica medica, non mi risulta che in nessuno dei casi sospetti vi sia stata la richiesta da parte dei pazienti a porre fine alla loro vita». È la testimonianza di uno degli infermieri sentiti dagli inquirenti. In un'intercettazione dopo essere stato sentito a verbale, un medico commenta la vicenda dicendo «c'è una dissociazione tra quello che scrive l'infermiere e quello che scrive lui (...) vedendo il verbale ero rimasto (...) volevo dirgli che così non si fa».

La difesa: «Valutiamo misure alternative a carcere»

È scossa e preoccupata Laura Taroni, l'infermiera dell'ospedale di Saronno (Varese), arrestata ieri insieme al compagno e medico Leonardo Cazzaniga, per la morte del marito di lei. A comunicarlo è il suo avvocato difensore di fiducia Monica Alberti: «È molto scossa, soprattutto rispetto al carcere - spiega l'avvocato - sto valutando la richiesta di misure alternative, ma attendiamo l'interrogatorio di garanzia». Taroni, accusata di aver ucciso lentamente con dei farmaci il marito di 45 anni, prendendo spunto dal «protocollo Cazzaniga» (il suo compagno è accusato di aver ucciso quattro pazienti del pronto soccorso con cocktail di farmaci), è al momento detenuta a Como.

Il caso e le intercettazioni choc tra gli amanti killer

«A questo paziente applico il mio protocollo» così «faccio l'angelo della morte»: aveva inventato il suo personale metodo per trattare i malati terminali e non si faceva scrupoli a parlarne, l'ex anestesista dell'Ospedale di Saronno Leonardo Cazzaniga, 60 anni, soprannominato sottovoce in corsia il «dottor morte» arrestato ieri dai carabinieri di Saronno insieme all'infermiera Laura Taroni, 40 anni, sua amante e presunta complice.

I due sono accusati degli omicidi volontari di quattro pazienti, morti tra il febbraio del 2012 e l'aprile del 2013. Persone anziane e malate, alle quali il medico avrebbe somministrato per via endovenosa un mix letale di farmaci: clorpromezina, midazolam, morfina, propofol e promaziona erano gli ingredienti del «protocollo Cazzaniga».

Gli "angeli della morte" in Italia (e nel mondo)[1]

Per la procura di Busto Arsizio è evidente «il nesso di causalità tra la somministrazione e la morte», accertato «con elevata gravità indiziaria», e il numero degli omicidi contestati avrebbe potuto essere anche più alto. Gli investigatori hanno confermato la somministrazione dei farmaci letali anche in altri casi in cui, per la gravità delle condizioni del paziente, non si è potuto escludere che la vittima sarebbe morta ugualmente.

Un quinto omicidio, secondo l'accusa, si sarebbe consumato a casa della Taroni con il medico e l'infermiera che avrebbero elaborato un piano per liberarsi del marito di lei. L'uomo di 46 anni, ingannato e convinto di soffrire di diabete, sarebbe stato sottoposto a una cura a base di farmaci «assolutamente incongrui rispetto alle sue reali condizioni di salute, debilitandolo fino a condurlo alla morte», avvenuta il 30 agosto del 2013.

Il silenzio del colleghi

L'ordinanza di custodia cautelare del gip di Busto Arsizio, Luca Labianca, è arrivata al termine di due anni e mezzo di indagini, avviate dopo la denuncia di un'infermiera e condotte dal pm Cristina Ria. Un'inchiesta che tocca anche altre quattordici persone, tra cui il direttore sanitario dell'Ospedale di Saronno e il direttore del Pronto soccorso. I dirigenti facevano parte di una commissione interna, istituita nel 2013 proprio per valutare i decessi sospetti avvenuti durante i turni di Cazzaniga. Sotto accusa anche altri specialisti e il direttore dell'Azienda ospedaliera di Busto Arsizio all'epoca dei fatti. Per tutti, a vario titolo, l'ipotesi è di omissione di denuncia e favoreggiamento.

Per lo stesso reato sono indagati anche il responsabile Sitra aziendale e due medici. Un investigatore dice: «Abbiamo il sospetto che non siano intervenuti per tutelare il buon nome dell'ospedale». E che i metodi dell'anestesista fossero noti nelle corsie dell'ospedale di Saronno lo dimostra anche la denuncia, messa a verbale, di un'operatrice sanitaria: «Cazzaniga diceva di sentirsi come Dio, pazienti anziani e oncologici non meritavano di essere curati perché destinati a morire in breve tempo. Diceva che si sentiva l'angelo della morte».

Altre tre persone, tra cui un carabiniere, sono coinvolte in relazione all'omicidio del marito dell'infermiera. Gli stessi autori del «protocollo Cazzaniga» erano consapevoli della gravità di quanto stavano facendo. «Secondo te potrei essere accusato di omicidio volontario?», chiedeva l'anestesista, intercettato, all'amante, venendo rassicurato: «L'eutanasia è un'altra cosa... cioè tu firmi e ti fanno un cocktail di farmaci... loro non riuscivano nemmeno a respirare». Un'affermazione che non tranquillizza il medico: «E allora è omicidio volontario... potrei venire accusato».

La madre educava il figlio alla strage (di Fabio Poletti)

Il marito perché era di troppo. La mamma forse, perché non vedeva di buon occhio la relazione con il suo amante. Lo zio finito nella vasca dei liquami dell'azienda agricola di famiglia invece potrebbe essere un caso. Poi ci sono i figli, il più grande ha 11 anni, per il quale Laura Taroni, 45 anni, infermiera al Pronto Soccorso di Saronno vicino a Varese chiede al suo amante: «E dei miei figli cosa vuoi che ne faccia?». Lui le risponde. «No i bambini no».

È quasi un eufemismo dire che questa infermiera che sui social network si commuove per cagnolini abbandonati e per i bambini vittime di pedofili avesse una doppia vita. Una vita fatta, pare, di siringhe per le endovene piene fino all'orlo di clorpromazina, midazolam, propofol, promazina e morfina che elargiva in abbondanza a pazienti e familiari. Suo marito Massimo Guerra aveva 46 anni quando l'avrebbe ucciso.

Era sanissimo, lavorava all'azienda agricola di famiglia La Regina di Lomazzo, lei, gli ha fatto credere che fosse diabetico, per più di un anno lo avrebbe bombardato di cocktail di farmaci. Tanti da ammazzarlo il 30 giugno del 2013, ma non troppi tutti insieme per non destare sospetti. Stesso trattamento per la madre che non vedeva di buon occhio la relazione con Leonardo Cazzaniga, quel medico altezzoso di 15 anni più grande che oramai si aggirava per casa come uno già di famiglia quando lei era rimasta vedova.

Laura Taroni era così abituata a trattare morti e omicidi che non ne faceva mistero nemmeno col figlio undicenne. In quell'azienda agricola lei aveva una piccola cascina. Altri familiari occupavano piccole ville. I rapporti non erano mai stati buoni. Si litigava per nulla. Ultimamente per un'eredità. Gli altri parenti si erano coalizzati e volevano estrometterla dal patrimonio. Lei sognava vendette feroci. Ne parlava tranquillamente al figlio. E il figlio in un'intercettazione telefonica sembra un serial killer: «Non sai quanto le nostre menti omicide messe insieme siano così geniali».

Parole dette con leggerezza, si capisce. Perché nessuno, nemmeno il più cinico e smaliziato degli investigatori, può anche solo immaginare che un ragazzino di 11 anni possa commettere un omicidio in famiglia. Ne sono talmente sicuri che lui e il fratellino sono stati messi in una struttura protetta in attesa di essere affidati ad altri familiari. Ma il tono delle conversazioni in casa, finito nelle oltre mille pagine elaborate dai carabinieri in questa inchiesta andata avanti per oltre due anni, è agghiacciante.

Laura Taroni, la strage di famiglia, ce l'aveva in testa. Era più forte di lei. Non si preoccupava nemmeno troppo che in ospedale sapessero della sua relazione clandestina con quel medico così preparato ma altrettanto chiacchierato per la gestione come minimo spregiudicata dei codici rossi in Pronto Soccorso. Dalle indagini non risulta che anche lei abbia partecipato attivamente a far fuori i pazienti dell'ospedale. Lei sembrava più concentrata a sterminare la famiglia. Come diceva a suo figlio al telefono: «No, tua nonna non è possibile. A tua nonna e a tua zia non è semplice. A meno che non gli fai tagliare i fili dei freni a tua zia... Gli tiri l'olio dei freni... Poi c'è tua zia Gabriella... Non sei abbastanza grande per poter... Non sei abbastanza grande tu...».

Zia Gabriella è ancora viva. La madre di Laura Taroni, no. Per il pubblico ministero sarebbe stata l'infermiera a ucciderlo. Il giudice ha stabilito che non ci sono abbastanza prove. Ma le indagini sono ancora aperte. Anche se non c'è stata una strage di famiglia fanno impressione le parole di Laura Taroni sempre al telefono col figlio: «E poi cosa avresti fatto della nonna e della zia? Non è così semplice, sono grosse! L'umido da noi passa solo una volta a settimana. Non abbiamo più neanche i maiali».

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