È UNA foto in bianco e nero quella che Umberto Veronesi[1] regalava di sé per raccontarsi. La periferia delle case popolari, prima della Milano industriale, ben lontana da quella da bere o dell'Expo. Dove lui abitava, venuto in città da una cascina nel Pavese. E a sentirlo raccontare pareva di vederlo, alto, sottile, bello e charmant come lo abbiamo potuto conoscere, guardare di lontano alla città che avrebbe, poi, per molti versi dominato e fatto diventare capitale della ricerca biomedica italiana, ma non solo. Perché non c'è dubbio che, tra le mille eredità di Veronesi, la più solida è quella di aver trasportato la medicina italiana fuori dalle secche spiritualiste vaticanocentriche, nella modernità. A partire dalla guerra al grande male, l'oncologia. Le altre battaglie - quella per l'eutanasia, per la cultura scientifica, per l'alimentazione vegetariana - discendono dalla sua visione del mondo, laica ed empirista, ma soprattutto dalla sua lunga frequentazione col cancro.
Veronesi era un chirurgo, e l'oncologia italiana nasce con lo sguardo limpido di chi è abituato a vedere ed estirpare. E' l'unica branca della nostra medicina che nasce "all'americana" grazie a lui (a Pietro Bucalossi e Gianni Bonadonna). Nasce e cresce attorno all'Istituto dei tumori di Milano, il vero tempio, da cui poi sono partiti i suoi allievi per diffondere il metodo in tutta Italia. Nasce col grande salto delle sperimentazioni degli anni Settanta del secolo scorso. A chi si chiede oggi perché mai gli americani vennero qui a sperimentare la cosiddetta terapia adiuvante per il carcinoma della mammella (la procedura di dare farmaci dopo l'intervento che ha salvato milioni di donne nel mondo) portando i loro dollari a Milano, gli storici danno una sola risposta plausibile: perché negli Usa i chirurghi non volevano farlo, non volevano condividere le pazienti coi chemioterapisti e tantomeno trattarle con quei farmaci così pe santi. In Italia, a Milano, gli americani trovarono un oncologo che lavorava come loro (Gianni Bonadonna), e un grande chirurgo che capì per primo al mondo che il cancro si combatte in equipe. E si vince con la ricerca.
L'INTERVISTA Quando diceva: "Io non ho paura"[2]
Non fu solo quello a farne un uomo di ricerca, la chirurgia conservativa ("amo troppo le donne per vedere i seni straziati dall'amputazione", diceva), il linfonodo sentinella (che permette di prevedere l'andamento della malattia e comportarsi di conseguenza) sono le sue battaglie più eclatanti. Ma a farne l'Umberto Veronesi che tutti conosciamo è stata la visione politica della malattia. Nessun altro in Italia l'ha avuta.
Politica, nel senso nobile del termine, s'intende: l'idea forte di quello che serve alla medicina per servire i cittadini. Mentre la politica, quella dei palazzi, l'ha ascoltato sempre, omaggiato molto, seguito assai poco. A partire dal disinteresse reiteirato per il messaggio più indelebile di Veronesi: ricerca, ricerca, ricerca. Fece suo lo slogan: si cura meglio dove si fa ricerca; lo trasformò in realtà all'Istituto dei tumori di Milano[3], prima, e allo Ieo[4], dopo. Ne ha fat to l'imprinting dei grandi ospedali più avanzati dei paese.
Si è battuto per convincere la politica che la ricerca pubblica è una priorità, perché senza sono le aziende a fare il bello e il cattivo tempo. L'ha ripetuto per decenni, ci ha provato da grande mentore dei Piani finalizzati del Cnr, che a poco hanno portato, assistendo per una volta impotente alla china. A Big Pharma che decide cosa curare sulla base delle molecole che ha scoperto, e co me curarci sulla base dei fatturati possibili. Questo non gli piaceva, e non dovrebbe piacere nemmeno a noi. Noi che oggi siamo orfani. E domani saremo disorientati. L'opinione pubblica dovrà abituarsi a pensare da sola i grandi temi della medicina, del suo futuro, della nostra battaglia con la malattia e la morte.
Potremo sempre però contare sulla sua visione, ricordarci le parole d'ordine: ricerca e laicità. E soprattutto potremo sempre ricordarci la sua lezione profonda: la medicina non è uno strumento senza colore. Non è una tecnologia. E' invece uno strumento di crescita collettiva, di progresso; ed è un grande esperimento di solidarietà. E' il terreno dove la scienza migliore si coniuga con l'obiettivo più nobile.
References
- ^ Umberto Veronesi (www.repubblica.it)
- ^ L'INTERVISTA Quando diceva: "Io non ho paura" (www.repubblica.it)
- ^ stituto dei tumori di Milano (www.istitutotumori.mi.it)
- ^ Ieo (www.ieo.it)
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