Dialoghi inquietanti emergono nell'ambito delle indagini che hanno portato all'arresto degli amanti diabolici che lavoravano all'ospedale di Saronno, in provincia di Varese
Saronno - Sembra destinato a salire il numero delle morti sospette in corsia oggetto dell'indagine dei carabinieri di Saronno (Varese), che ieri mattina ha portato all'arresto del medico anestesista del nosocomio cittadino Leonardo Cazzaniga e della sua amante, l'infermiera Laura Taroni, accusati di omicidio volontario.
Le indagini, coordinate dalla Procura di Busto Arsizio (Varese), si starebbero ampliando: dopo la morte del marito della Taroni, di cui la coppia è accusata in concorso, e dopo i decessi di altre quattro persone secondo le accuse uccise dal medico in corsia, ci sarebbero altre possibili vittime del cosiddetto «protocollo Cazzaniga».
La Procura, infatti, contestualmente agli arresti di ieri, ha sequestrato copiosa documentazione relativa a tutti i casi di decesso gestiti da Cazzaniga in pronto soccorso negli ultimi anni prima dei quattro presunti omicidi di cui è accusato. Non solo, gli investigatori stanno anche lavorando alla ricostruzione dei decessi del padre del medico (morto in ospedale mentre Cazzaniga era di turno) e della madre della sua compagna, con la quale la stessa aveva un pessimo rapporto.
I consulenti: «Morfina 10 volte oltre il dovuto»
«Appare anomalo il sovradosaggio di tutti i farmaci somministrati in pronto soccorso», rispetto al peso o all'età del paziente. È questa la conclusione della commissione medica chiamata dalla Procura di Busto Arsizio (Varese) a valutare in consulenza le cartelle dei pazienti trattati dall'anestesista Leonardo Cazzaniga, ex vice primario del pronto soccorso di Saronno (Varese), arrestato ieri con l'accusa di aver ucciso quattro pazienti. Dosi di morfina «oltre dieci volte superiori nel trattamento del dolore moderato e severo», mischiate al «doppio di dosi consigliate per anestesia generale» di midazolam e a dosi «cinque volte superiori rispetto al bolo iniziale consigliato nelle sedazioni periprocedurali», è quanto si legge nelle carte giudiziarie a sostegno delle accuse mosse al medico arrestato.
Due infermieri sospettavano ma non li hanno ascoltati
Sono sette gli infermieri dipendenti dell'ospedale di Saronno (Varese) che hanno ammesso di aver sentito parlare del «protocollo Cazzaniga», applicato ai pazienti del Pronto Soccorso di Saronno dal medico anestesista Leonardo Cazzaniga, arrestato ieri per quattro presunti omicidi in corsia, una volta interpellati dai carabinieri di Saronno. Secondo quanto rilevato dagli investigatori che, coordinati dalla Procura di Busto Arsizio, hanno ricostruito il presunto agire omicidiario del medico in pronto soccorso (e poi anche il presunto concorso nell'omicidio del marito della compagna e infermiera Laura Taroni, anche lei arrestata), la direzione sanitaria non aveva dato ascolto a due infermieri che avevano fatto presenti anomalie nel modo di lavorare di Cazzaniga. Altri invece, forse per timore, avrebbero taciuto. «Leonardo è sicuramente un medico capace, non ha mai fatto mistero della sua visione particolare della pratica medica, non mi risulta che in nessuno dei casi sospetti vi sia stata la richiesta da parte dei pazienti a porre fine alla loro vita». È la testimonianza di uno degli infermieri sentiti dagli inquirenti. In un'intercettazione dopo essere stato sentito a verbale, un medico commenta la vicenda dicendo «c'è una dissociazione tra quello che scrive l'infermiere e quello che scrive lui (...) vedendo il verbale ero rimasto (...) volevo dirgli che così non si fa».
La difesa: «Valutiamo misure alternative a carcere»
È scossa e preoccupata Laura Taroni, l'infermiera dell'ospedale di Saronno (Varese), arrestata ieri insieme al compagno e medico Leonardo Cazzaniga, per la morte del marito di lei. A comunicarlo è il suo avvocato difensore di fiducia Monica Alberti: «È molto scossa, soprattutto rispetto al carcere - spiega l'avvocato - sto valutando la richiesta di misure alternative, ma attendiamo l'interrogatorio di garanzia». Taroni, accusata di aver ucciso lentamente con dei farmaci il marito di 45 anni, prendendo spunto dal «protocollo Cazzaniga» (il suo compagno è accusato di aver ucciso quattro pazienti del pronto soccorso con cocktail di farmaci), è al momento detenuta a Como.
Il caso e le intercettazioni choc tra gli amanti killer
«A questo paziente applico il mio protocollo» così «faccio l'angelo della morte»: aveva inventato il suo personale metodo per trattare i malati terminali e non si faceva scrupoli a parlarne, l'ex anestesista dell'Ospedale di Saronno Leonardo Cazzaniga, 60 anni, soprannominato sottovoce in corsia il «dottor morte» arrestato ieri dai carabinieri di Saronno insieme all'infermiera Laura Taroni, 40 anni, sua amante e presunta complice.
I due sono accusati degli omicidi volontari di quattro pazienti, morti tra il febbraio del 2012 e l'aprile del 2013. Persone anziane e malate, alle quali il medico avrebbe somministrato per via endovenosa un mix letale di farmaci: clorpromezina, midazolam, morfina, propofol e promaziona erano gli ingredienti del «protocollo Cazzaniga».
Gli "angeli della morte" in Italia (e nel mondo)[1]
Per la procura di Busto Arsizio è evidente «il nesso di causalità tra la somministrazione e la morte», accertato «con elevata gravità indiziaria», e il numero degli omicidi contestati avrebbe potuto essere anche più alto. Gli investigatori hanno confermato la somministrazione dei farmaci letali anche in altri casi in cui, per la gravità delle condizioni del paziente, non si è potuto escludere che la vittima sarebbe morta ugualmente.
Un quinto omicidio, secondo l'accusa, si sarebbe consumato a casa della Taroni con il medico e l'infermiera che avrebbero elaborato un piano per liberarsi del marito di lei. L'uomo di 46 anni, ingannato e convinto di soffrire di diabete, sarebbe stato sottoposto a una cura a base di farmaci «assolutamente incongrui rispetto alle sue reali condizioni di salute, debilitandolo fino a condurlo alla morte», avvenuta il 30 agosto del 2013.
Il silenzio del colleghi
L'ordinanza di custodia cautelare del gip di Busto Arsizio, Luca Labianca, è arrivata al termine di due anni e mezzo di indagini, avviate dopo la denuncia di un'infermiera e condotte dal pm Cristina Ria. Un'inchiesta che tocca anche altre quattordici persone, tra cui il direttore sanitario dell'Ospedale di Saronno e il direttore del Pronto soccorso. I dirigenti facevano parte di una commissione interna, istituita nel 2013 proprio per valutare i decessi sospetti avvenuti durante i turni di Cazzaniga. Sotto accusa anche altri specialisti e il direttore dell'Azienda ospedaliera di Busto Arsizio all'epoca dei fatti. Per tutti, a vario titolo, l'ipotesi è di omissione di denuncia e favoreggiamento.
Per lo stesso reato sono indagati anche il responsabile Sitra aziendale e due medici. Un investigatore dice: «Abbiamo il sospetto che non siano intervenuti per tutelare il buon nome dell'ospedale». E che i metodi dell'anestesista fossero noti nelle corsie dell'ospedale di Saronno lo dimostra anche la denuncia, messa a verbale, di un'operatrice sanitaria: «Cazzaniga diceva di sentirsi come Dio, pazienti anziani e oncologici non meritavano di essere curati perché destinati a morire in breve tempo. Diceva che si sentiva l'angelo della morte».
Altre tre persone, tra cui un carabiniere, sono coinvolte in relazione all'omicidio del marito dell'infermiera. Gli stessi autori del «protocollo Cazzaniga» erano consapevoli della gravità di quanto stavano facendo. «Secondo te potrei essere accusato di omicidio volontario?», chiedeva l'anestesista, intercettato, all'amante, venendo rassicurato: «L'eutanasia è un'altra cosa... cioè tu firmi e ti fanno un cocktail di farmaci... loro non riuscivano nemmeno a respirare». Un'affermazione che non tranquillizza il medico: «E allora è omicidio volontario... potrei venire accusato».
La madre educava il figlio alla strage (di Fabio Poletti)
Il marito perché era di troppo. La mamma forse, perché non vedeva di buon occhio la relazione con il suo amante. Lo zio finito nella vasca dei liquami dell'azienda agricola di famiglia invece potrebbe essere un caso. Poi ci sono i figli, il più grande ha 11 anni, per il quale Laura Taroni, 45 anni, infermiera al Pronto Soccorso di Saronno vicino a Varese chiede al suo amante: «E dei miei figli cosa vuoi che ne faccia?». Lui le risponde. «No i bambini no».
È quasi un eufemismo dire che questa infermiera che sui social network si commuove per cagnolini abbandonati e per i bambini vittime di pedofili avesse una doppia vita. Una vita fatta, pare, di siringhe per le endovene piene fino all'orlo di clorpromazina, midazolam, propofol, promazina e morfina che elargiva in abbondanza a pazienti e familiari. Suo marito Massimo Guerra aveva 46 anni quando l'avrebbe ucciso.
Era sanissimo, lavorava all'azienda agricola di famiglia La Regina di Lomazzo, lei, gli ha fatto credere che fosse diabetico, per più di un anno lo avrebbe bombardato di cocktail di farmaci. Tanti da ammazzarlo il 30 giugno del 2013, ma non troppi tutti insieme per non destare sospetti. Stesso trattamento per la madre che non vedeva di buon occhio la relazione con Leonardo Cazzaniga, quel medico altezzoso di 15 anni più grande che oramai si aggirava per casa come uno già di famiglia quando lei era rimasta vedova.
Laura Taroni era così abituata a trattare morti e omicidi che non ne faceva mistero nemmeno col figlio undicenne. In quell'azienda agricola lei aveva una piccola cascina. Altri familiari occupavano piccole ville. I rapporti non erano mai stati buoni. Si litigava per nulla. Ultimamente per un'eredità. Gli altri parenti si erano coalizzati e volevano estrometterla dal patrimonio. Lei sognava vendette feroci. Ne parlava tranquillamente al figlio. E il figlio in un'intercettazione telefonica sembra un serial killer: «Non sai quanto le nostre menti omicide messe insieme siano così geniali».
Parole dette con leggerezza, si capisce. Perché nessuno, nemmeno il più cinico e smaliziato degli investigatori, può anche solo immaginare che un ragazzino di 11 anni possa commettere un omicidio in famiglia. Ne sono talmente sicuri che lui e il fratellino sono stati messi in una struttura protetta in attesa di essere affidati ad altri familiari. Ma il tono delle conversazioni in casa, finito nelle oltre mille pagine elaborate dai carabinieri in questa inchiesta andata avanti per oltre due anni, è agghiacciante.
Laura Taroni, la strage di famiglia, ce l'aveva in testa. Era più forte di lei. Non si preoccupava nemmeno troppo che in ospedale sapessero della sua relazione clandestina con quel medico così preparato ma altrettanto chiacchierato per la gestione come minimo spregiudicata dei codici rossi in Pronto Soccorso. Dalle indagini non risulta che anche lei abbia partecipato attivamente a far fuori i pazienti dell'ospedale. Lei sembrava più concentrata a sterminare la famiglia. Come diceva a suo figlio al telefono: «No, tua nonna non è possibile. A tua nonna e a tua zia non è semplice. A meno che non gli fai tagliare i fili dei freni a tua zia... Gli tiri l'olio dei freni... Poi c'è tua zia Gabriella... Non sei abbastanza grande per poter... Non sei abbastanza grande tu...».
Zia Gabriella è ancora viva. La madre di Laura Taroni, no. Per il pubblico ministero sarebbe stata l'infermiera a ucciderlo. Il giudice ha stabilito che non ci sono abbastanza prove. Ma le indagini sono ancora aperte. Anche se non c'è stata una strage di famiglia fanno impressione le parole di Laura Taroni sempre al telefono col figlio: «E poi cosa avresti fatto della nonna e della zia? Non è così semplice, sono grosse! L'umido da noi passa solo una volta a settimana. Non abbiamo più neanche i maiali».
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DAL WEB:
References
- ^ Gli "angeli della morte" in Italia (e nel mondo) (www.ilsecoloxix.it)
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