Il sole del nord Iraq ha spazzato via anche le incertezze della popolazione, che saluta, abbraccia i militari, fa con le dita il segno di vittoria, li accoglie gridando: "Viva l'Esercito!" o "Dio vi benedica", oppure con le maledizioni: "Daesh vada all'inferno!". Sull'ingresso di molte case campeggia una specie di "zeta" tracciata con vernice spray: indica che quella casa è ancora abitata, che la famiglia non è fuggita, e quindi avverte gli uomini di Daesh che non devono entrare. Ma oggi poco importa, se in qualche modo gli integralisti avevano cercato di inserirsi in città con un accenno di rispetto.
L'ingresso in città ricorda le foto della liberazione di Parigi dai nazisti, con meno fiori, meno bottiglie e più veli, ma con la stessa gioia. "Dove hai lasciato la barba?", grida ridendo il maggiore Thamer a uno spilungone che arranca con la bambina per mano, trascinando una enorme borsa di plastica. L'uomo non rallenta, ma sorride: "È finita nello scarico del bagno".
Tutti corrono verso i liberatori, con i pochi averi raccolti in buste, valigie, carriole. "Come morti, eravamo come morti", dice una donna con l'hijab nero, senza fermarsi. Ha in mano un thermos per il caffè, accanto a lei un bambino regge una coperta rossa piegata malamente in un fagotto più grande di lui. Solo Umm Yasil, cinquantenne ex direttrice scolastica, il figlioletto per mano, trova il tempo per raccontare: "Gli uomini di Daesh mi hanno chiesto di occuparmi della loro madrassa. Ho detto di no. Ma non mi hanno punito". È andata peggio al nipote Mahmud, che ha passato tre mesi nel carcere dell'Isis perché il padrone del negozio dove lavorava lo ha denunciato ai fondamentalisti. La sua colpa? Era stato sorpreso a fumare.
Nessuno rinuncia alle sue ricchezze: qualcuno si affianca alla carovana degl i sfollati portando due vacche, riottose a seguire la strada degli esseri umani, c'è chi ha un asino e chi tenta di non far dispendere greggi di pecore dal vello nero. I bambini sono tantissimi, camminano veloci, disciplinati, accanto ai genitori, orgogliosi di avere un compito importante come reggere il bastone con lo strofinaccio trasformato in bandiera bianca.
Chi non può camminare, ricorre a un nipote che spinge un carretto di fortuna. Molte donne sono coperte dal niqab, il velo integrale che lascia scoperti solo gli occhi. Anche così, una mamma vuol dire la sua: "Mio figlio? L'ho tenuto in casa. Non l'ho mandato a scuola perché non volevo che imparasse il loro Islam. Le persone buone non hanno bisogno di Daesh". Aggiunge il marito: "Non volevo che il bambino andasse alla madrassa perché sapevo che ci sarebbe stata una guerra, e l'avrebbero preso come scudo umano". Fateh Ahmed, sessantenne dalla barba bianca, è meno critico: "Gli iracheni sono buona gente. Non so perché sia successo questo, ma è il volere di Dio, è lui che ha scritto il nostro destino, noi dobbiamo solo accettarlo".
Ogni tanto una raffica vicina o un'esplosione sorda ricordano che la liberazione della città è appena cominciata. Gli uomini della Golden Division sono ottimisti: "Mosul sarà libera presto", dice il maggiore Salam, aggiungendo che l'avanzata nei quartieri orientali ha strappato allo Stato Islamico almeno settemila persone. In tutto, sono almeno ventimila gli sfollati dalla città. Ma è solo l'inizio. Al di là del Tigri almeno un milione di civili attende l'arrivo delle forze irachene. Chi può, lascerà la città appena possibile, ma una gran parte è destinata a diventare ostaggio degli uomini del Califfato, da utilizzare come ostacolo per ogni azione militare. La scelta di usare scudi umani ha fatto gettare la maschera all'Isis, perché nega l'essenza stessa della comunità, dirigendo la ferocia verso lo stesso popolo che doveva farne p arte. Nella follia fanatica anche la brutalità diventa strumento politico, due anni e mezzo di dominio spietato l'hanno fatto capire bene alla popolazione di Mosul.
Lo dice anche Khaled, operaio di 37 anni, che si avvicina urlando ai giornalisti. Ci tiene a spiegare che è stato un incubo, perché gli uomini di Daesh sono bruschi, arroganti, prepotenti. "Alla fine, tutto ciò che avrei desiderato era solo un po' di gentilezza".
References
- ^ Mosul (www.repubblica.it)
- ^ Abubakr al Baghdadi (www.repubblica.it)
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