La visita del populista di Manila era attesissima, e guardata con curiosità non solo dagli esperti di geopolitica. Nello spicchio di mesi dalla salita al potere, Mister Duterte ha già detto e fatto di tutto e di più, ha chiamato Barack Obama "figlio di..."[2] e dichiarato letteralmente guerra ai tossicodipendenti[3], uccidendone almeno tremila elogiando l'insegnamento di Adolf Hitler, che di e brei, ha più o meno detto, ne trucidò tre milioni. Ma sbaglia chi appiccica la troppo facile maschera di Capitan Fracassa all'uomo che ha scalzato da Manila l'ultimo Aquino, Beniamino, ennesimo rampollo della famiglia che a sua volta scalzò la dinastia dittatoriale dei Marcos. Duterte i suoi conti li sa fare benissimo e sa che ha bisogno della Cina per continuare a far viaggiare il suo Paese sul treno di uno sviluppo che nell'ultimo trimestre ha fatto comunque registrare la velocità del 7 per cento di crescita del Pil. Un dato che sta a cuore al presidente e al suo governo, tant'è vero che il ministro del Commercio Ramon Lopez ha chiarito a stretto giro di posta che la separazione dagli Usa "non riguarda quanto è in piedi a livello di commerci e investimenti". Insomma, non ci sarà nessuno strappo nei rapporti economici con Washington?. Non sembra proprio.
Un modo, per la verità, l'Occidente dovrà trovarlo adesso, America in testa. Il Pentagono nei giorni scorsi ha obbedito agli ordini di Obama che già deve volare basso per non rischiare di rovinare la volata di Hillary Clinton[4] contro quell'altro "amico di Vladimir" che chissà quanto bene si vedrebbe in questa simpatica compagnia appena annunciata, e cioè il miliardario Donald Trump. Finora l'America, la colonialista riluttante che ha incrociato la sua storia con le Filippine da quando ereditò l'arcipelago dagli spagnoli sconfitti nella guerra di due secoli fa, ha dovuto incassare perfino la rinuncia di Manila alle esercitazioni comuni nel Pacifico, squadernando nel contempo una bella parata navale con i giapponesi. Ma all'imprevedibile Duterte una risposta adesso andrà data, al di là delle dichiarazioni di rito del dipartimento di Stato: "Esigiamo una spiegazione: che cosa vuol dire esattamente il presidente quando parla di separazione?". Che cosa vorrà dire? Pur di riappacificarsi con Pechino, il falco Rodrigo ha fatto la colomba perfino sul la vicenda delle isole contese. Le Filippine, alla vigilia della sua elezione, erano riuscite a vincere l'arbitrato dell'Onu, primo vero schiaffo alle pretese cinesi di controllare tutto il mare del sud. Ora il caudillo dice che se ne riparlerà più in là, anche se sembra che abbia comunque ottenuto la licenza di pesca sul territorio conteso. Ma sono altre le cose che in questo momento conterebbero. Come i 13 protocolli d'intesa economica firmati tra i due Paesi che sanciscono un sodalizio già di per sé personificato dai sette miliardari su dieci di origine cinese che guidano la classifica locale dei paperoni di Forbes. Come dire: la ricchezza di Manila è già made in China. A proposito: sangue cinese reclama lo stesso Duterte: "Mio nonno partì da qui senza un soldo in tasca, certo che sono cinese anch'io", ha detto, per la gioia dei nazionalisti della Repubblica popolare. America lo senti?
[1]References
- ^ Rodrigo Duterte (www.repubblica.it)
- ^ ha chiamato Barack Obama "figlio di..." (www.repubblica.it)
- ^ guerra ai tossicodipendenti (www.repubblica.it)
- ^ la volata di Hillary Clinton (www.repubblica.it)
- ^ Filippine (www.repubblica.it)
- ^ cina (www.repubblica.it)
- ^ Russia (www.repubblica.it)
- ^ USA (www.repubblica.it)
- ^ Rodrigo Duterte (www.repubblica.it)
Tidak ada komentar:
Posting Komentar