Senin, 31 Oktober 2016

Non solo Clinton e Trump: l'8 novembre sarà battaglia anche per il Congresso - International Business Times Italia

Il prossimo 8 novembre i cittadini degli Stati Uniti non andranno a votare solo per scegliere il quarantacinquesimo presidente della nazione, ma faranno anche altre scelte altrettanto fondamentali per il futuro del Paese, anche se sono messe in ombra dal fatto che la corsa per la Casa Bianca sta riservando unasorpresa dopo l'altra.

Come accade ogni due anni, infatti, gli statunitensi dovranno rinnovare l'intera Camera dei rappresentanti, un terzo del Senato, nonché scegliere i governatori di alcuni dei 50 Stati dell'Unione e votare per alcuni referendum, alcuni potenzialmente rivoluzionari, altri molto curiosi.

Vediamo quindi quali saranno le sfide principali cui assisteremo la prossima settimana: in questo articolo vedremo qual è la situazione al Congresso (il Parlamento degli Stati Uniti, formato dalla Camera dei Rappresentanti e dal Senato), mentre in un articolo che sarà pubblicato martedì 1° novembre vedremo la situazione delle corse per il governatorato degli Stati e i referendum più importanti su cui si esprimeranno i cittadini degli Stati Uniti.

PERCHÉ È UN VOTO IMPORTANTE (SPECIE AL SENATO)

Corte Suprema USA Persone davanti alla Corte Suprema degli Stati Uniti a Washington  REUTERS/Yuri Gripas

Il 114-esimo Congresso, eletto nel 2014, è stato quello con la più larga maggioranza repubblicana dal settantunesimo Congresso, eletto nel 1928. Tuttavia quest'anno i repubblicani temono che Trump possa deprimere l'elettorato di destra più moderato, che potrebbe quindi rimanere a casa oppure votare per un democratico non solo per le presidenziali, ma anche per le altre elezioni.

Molti candidati locali repubblicani, nel tentativo di limitare l'impatto di Trump nei propri distretti, hanno cercato di prendere le distanze dal candidato alla presidenza del Grand Old Party: fra questi, per esempio, troviamo anche lo speaker della Camera Paul Ryan, che, pur non ritirando il suo appoggio, ha smesso di sostenere attivamente Trump dopo il video sessista rilasciato nelle scorse settimane[1].

Per questa ragione è lecito attendersi qualche guadagno da parte dei democratici, ma è abbastanza sicuro che non riusciranno a prendere il controllo del Congresso, almeno non nella sua interezza.

Sarà molto importante vedere come andrà a finire la corsa per il Senato, perché c'è un seggio vacante alla Corte Suprema e i democratici hanno qualche concreta speranza di assumerne il controllo.

I nove giudici della Corte Suprema vengono nominati dal presidente, ma devono essere confermati dal Senato: si tratta di una nomina importante perché i giudici della Corte Suprema restano tali fino alla morte o alle dimissioni, e quindi contribuiscono a modellare il futuro del Paese ben oltre l'orizzonte del Presidente che lo ha nominato.

Per esempio il giudice Antonin Scalia, morto a febbraio del 2016, fu nominato da Ronald Reagan nel 1986, ed ha quindi contribuito per ben trent'anni a prendere decisioni di fondamentale importanza. Una nomina di sinistra potrebbe spostare l'ago della bilancia potenzialmente per decenni, dopo molti anni di dominio conservatore.

La questione rischia di essere molto complicata: Barack Obama ha nominato Merrick Garland, un centrista, ma il Senato si è sinora rifiutato di considerare tale nomina, che sarà valida fino al 5 gennaio.

Se Hillary Clinton dovesse vincere le elezioni e i democratici dovessero riuscire a conquistare il Senato, è possibile che la Camera Alta decida di confermare Garland in fretta e furia per evitare una nomina più liberal da parte di Clinton. Se invece i repubblicani si assicurassero sia il Senato che la Casa Bianca verrà effettuata una nuova nomina, che sarà vagliata dal 115-esimo Congresso.

Se invece alla Casa Bianca andasse un esponente di un Partito diverso da quello che ha la maggioranza al Senato è possibile che assisteremo ad una nuova impasse e a complicate trattative.

C'è un altro caso, improbabile, ma molto intricato: se Donald Trump vincesse le elezioni, se il vecchio Senato non riuscisse a confermare Garland entro il 5 gennaio, e se i democratici riuscissero a portare a casa la maggioranza (o almeno la parità) al nuovo Senato, Barack Obama, che sarà presidente fino al 19 gennaio, potrebbe effettuare una nuova nomina da sottoporre al nuovo Senato, che potrebbe approvarla prima che il presidente Trump entri in carica.

Si tratterebbe di una forzatura politica, anche se perfettamente legale, così come lo è stato l'ostruzionismo del Senato nei confronti di Garland, che dura ormai da oltre 200 giorni.

Come si può notare, si tratterà di elezioni fondamentali e di importanza quasi pari a quelle presidenziali, visto il sistema di pesi e contrappesi fra i poteri in vigore negli Stati Uniti. Vediamole adesso nel dettaglio.

ALLA CAMERA POCHE SORPRESE (FORSE)

USA Paul Ryan Lo speaker del Congresso, il repubblicano Paul Ryan  REUTERS/Gary Cameron Tutti i 435 seggi della Camera dei rappresentanti, insieme ai seggi dei delegati non votanti provenienti dai territori degli Stati Uniti, vengono rinnovati ogni due anni, perché, secondo lo spirito costituzionale, la Camera bassa deve recepire in fretta i cambiamenti che avvengono nella società statunitense.

La Camera dei Rappresentanti viene eletta in maniera proporzionale alla popolazione nei singoli Stati: gli Stati più popolosi, cioè, hanno più rappresentanti rispetto a quelli meno abitati. Nel corso delle elezioni nel 2014 furono eletti 247 repubblicani e 188 democratici, e si credeva che i repubblicani avessero inaugurato un'epoca "d'oro".

Questo è stato il pensiero fino a quando Donald Trump non ha cominciato a sparigliare le carte del GOP: la sua campagna elettorale decisamente sopra le righe ha avuto come effetto collaterale quello di zavorrare la corsa dei candidati repubblicani (sia alla Camera che al Senato), tanto che qualche analista ha osato pensare che i repubblicani potessero perdere il controllo della Camera bassa nel 2016.

Come scrive David Wasserman per FiveThirtyEight[2], i repubblicani hanno dalla loro parte alcuni vantaggi geografici, sia naturali che costruiti a tavolino. Da un lato i democratici sono più concentrati nelle grandi aree urbane, per questo è più probabile che i voti dei democratici vengano dispersi in distretti già sotto il loro controllo, mentre gli altri distretti saranno contendibili.

In secondo luogo i repubblicani dopo la vittoria delle elezioni di medio termine del 2010 sono stati in grado di ridisegnare i distretti elettorali in modo tale da favorire i propri candidati, secondo quella pratica definita gerrymandering[3]. Da allora i democratici hanno ottenuto molti meno seggi rispetto ai voti ottenuti: per esempio nel 2012 presero la maggioranza assoluta dei voti, ma finirono in minoranza. Questo "problema" persisterà almeno fino al 2020.

A meno che non si assista ad una vittoria a valanga di Hillary Clinton, cosa che si è fatta più difficile dopo le notizie di venerdì[4], è molto probabile che i repubblicani riusciranno a mantenere il controllo della Camera bassa, anche se è possibile che soffriranno delle perdite.

Curiosità

Fra le altre cose, se tutte le cose si allineeranno nel verso giusto, la Camera dei Rappresentanti potrebbe implementare una riforma dei food stamps, fortemente voluta da Paul Ryan. Attualmente (dagli anni della Grande Depressione) il governo federale dà alle famiglie a basso reddito sussidi per comprare del cibo: la proposta di Ryan prevede l'abolizione dei sussidi federali e il trasferimento dei fondi nelle mani dei singoli Stati. Una simile mossa potrebbe rompere la coalizione fra zone rurali e zone urbane che permise l'approvazione di questa misura.

Intanto è possibile che i repubblicani di pelle nera vengano azzerati alla Camera dei Rappresentanti: gli unici due Rappresentanti neri, Will Hurd e Mia Love, potrebbero perdere il proprio seggio. Per Love molto dipenderà da come andranno le cose in generale in Utah, dove Trump non sta andando benissimo[5]. Hurd, invece, lotta nell'unico distretto contendibile del Texas.

AL SENATO, INVECE, SARÀ BATTAGLIA

Trump Rubio Cruz Le silhouette dei senatori Marco Rubio (sinistra) e Ted Cruz (destra), con al centro Donald Trump, durante un dibattito per le primarie repubblicane.  REUTERS/Jonathan Ernst

Al Senato la storia è un po' diversa. I senatori sono 100, due per ogni Stato a prescindere dalla popolazione, hanno un mandato di 6 anni, ma vengono rinnovati un terzo alla volta ogni due: per questo motivo è considerata la Camera della "saggezza", della ponderazione e della calma. Attualmente la composizione della Camera Alta vede 54 repubblicani contro 44 democratici e due indipendenti che però votano in linea con i democratici.

Per riguadagnare il controllo del Senato, quindi, i democratici hanno bisogno di vincere 5 seggi, oppure 4 se Clinton arriverà alla Casa Bianca, visto che il vicepresidente degli Stati Uniti è anche Presidente del Senato e può votare in aula per rompere le situazioni di parità.

Detto altrimenti, i democratici hanno bisogno di 4 seggi in più se Clinton vince le presidenziali, e di 5 seggi in più se dovesse invece vincere Trump.

Dato che l'elezione dei senatori non risente di variabili geografiche costruite a tavolino, il Senato è effettivamente contendibile e i democratici sono in una buona posizione per riconquistare una maggioranza che manca dal 2014.

I seggi in palio sono 34, di cui 24 repubblicani e 10 democratici. Di questi ultimi solo uno sembra essere contendibile, quello di Harry Reid (che non si è ricandidato) in Nevada. Per quanto riguarda quelli repubblicani, invece, la situazione è ben diversa: sono ben 8 i seggi repubblicani nei quali la situazione è incerta e in due di questi (Wisconsin e Illinois) sono in vantaggio i democratici.

Molto probabilmente i repubblicani riusciranno a difendere il seggio della Florida, che era stato ritenuto a rischio dopo che Marco Rubio, ex candidato alle primarie alla presidenza per i repubblicani, aveva annunciato di non voler cercare la rielezione. In seguito, tuttavia, ha deciso di cambiare idea, e pur iniziando in ritardo la campagna elettorale è riuscito ad acquisire un certo margine nei confronti del suo avversario democratico. Il Partito Democratico ha già deciso di ritirare i fondi elettorali dalla Florida per distribuirli in altri Stati, sostanzialmente riconoscendo la sconfitta.

I democratici hanno quindi bisogno di vincere quattro delle rimanenti sei corse, ovvero tre nel caso in cui Hillary Clinton dovesse conquistare la Casa Bianca. I democratici sembrano ben posizionati per conquistare almeno tre seggi, quello dell'Indiana, quello del New Hampshire e quello del Missouri. Più difficile predire il risultato in Pennsylvania e Nevada, dove i candidati dei maggiori partiti sono in parità, mentre nell'ultimo Stato, la Carolina del Nord, il candidato repubblicano ha un leggero vantaggio.

Come per la Camera dei Rappresentanti, anche al Senato molto dipenderà da come andranno le elezioni presidenziali. Nel caso in cui Hillary Clinton dovesse vincere con ampio margine è molto probabile che il Senato torni nelle mani dai democratici, in caso contrario i repubblicani potrebbero riuscire a mantenere una maggioranza, anche se forse ridotta rispetto al 114-esimo Congresso.

Curiosità

Loretta Sanchez, democratica della California, potrebbe essere la prima donna latina ad essere eletta al Senato degli Stati Uniti, ma potrebbe essere in compagnia di Cortez Masto, che corre per il seggio lasciato vacante da Harry Reid in Nevada. Il seggio di Sanchez è abbastanza sicuro, a differenza di quello di Masto.

Molto probabilmente sarà eletta un'altra donna che contribuirà a rendere più diverso il Senato: Kamala Harris potrebbe essere non solo la seconda donna nera eletta alla Camera Alta, ma anche la prima indiana-americana e, di conseguenza, anche la prima biracial woman.

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