Il mondo le cade intorno e suor Maria Francesca pensa: «Sono pronta». Attorno a lei e alle altre sei sorelle clarisse del monastero, cade Norcia, cade l'Umbria, cade il Centro Italia sotto settanta giorni di terremoto che, dopo ieri, toccano una nuova vetta d'orrore e di paura, con decine di migliaia di sfollati, forse quarantamila, con l'angoscia che diventa rabbia popolare, senza latte né pane, senza tende né veri aiuti, e alla sera si fa imprecazione davanti ai pullman regionali che portano via dalle vite, dalle storie, dagli affetti, verso alberghi sul Lago Trasimeno, verso un pezzo di terra stabile che non si sa dove sia: «Non deportateci! Maledetti! Salvate Norcia, salvate noi!».
Cade il mondo nel monastero alle 7 e 41, con una scossa da 6.5 che dura un'eternità eppure non abbatte la statua di Santa Chiara, e suor Maria Francesca viene strappata dal suo silenzio, dalla clausura, e tuttavia pensa: «Sono pronta, mio Signore». Fuori, in piazza San Benedetto, la Basilica del grande santo di Norcia, meta storica di americani e giapponesi, è ripiegata su stessa, implosa, il tetto risucchiato tra le mura, il campanile aperto. Due monaci benedettini erano entrati all'alba, dopo le Laudi, per recuperare documenti dalle stanze pericolanti; ora scappano, i sai neri ora bianchi di calcinacci. Maria Francesca riconosce il priore, Cassiano Folsom, americano dell'Indiana, qui da 15 anni. Gli dice: «Padre, può fermarsi? Può confessarci?». Cassiano e il suo confratello brasiliano Gregorio s'inginocchiano, recitano così il rosario con le consorelle, abbracciati ai pompieri, davanti alle macerie che ancora fanno polvere, poi aprono in piaz za due seggiole da campeggio: si confessano le suore, si confessa come può la gente che sta scappando, in questa mattinata tersa di domenica che non riesce a essere festa, perché dal 24 agosto la festa è strappata dalle nostre anime.
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Terremoto, crolla la cattedrale di Norcia [1]
«Si sapeva che ballavamo ma per non spaventare i turisti hanno detto che l'emergenza era finita!» strilla adesso la gente nei capannelli. Norcia sanguina nelle sue frazioni. Castelluccio, la terra delle lenticchie, è rasa al suolo, si alzano gli elicotteri per portare via trenta vecchietti e due turisti, devono prenderli col verricello. A San Pellegrino crollano le ultime case, «non c'è più nulla», piange un ragazzo che scende da lì. E così a Preci, e così a Cascia, queste strade meravigliose, tuffate nelle gole della Valnerina, sono serrate dai macigni, le gallerie sono trappole, i piccoli centri isolati, «l'altopiano di Norcia ha cambiato fisionomia», dicono qui. I comuni colpiti sono almeno un centinaio. Manca la luce, l'acqua non è garantita. I feriti sono venti, forse venticinque, codici gialli, continua il miracolo dell'assenza di vittime in questo terremoto così diverso dal 24 agosto eppure persino più spaventoso, così incombente su di noi, che tremiamo per 200 scosse dalle 7 e 41 in poi, ben quindici tra il quarto e il quinto grado.
«Siamo miracolati», dice padre Cassiano, «dovevamo morire tutti e invece siamo qui». Alle dieci del mattino la gente di Norcia vaga come un popolo di fantasmi davanti alle porte delle mura medievali, Porta Romana già imbragata e nuovamente straziata, il corso Sertorio con ciò che fino a ieri erano tavolini di bar. Daniele Pauselli dice che da dieci anni vuole andare via: «Terremoto dopo terremoto, non ti puoi fare un futuro. Ho provato a rientrare ma mia moglie m'ha detto: 'ndo vai matto? Mi sa che ce ne andiamo davvero...». Natalina Bucchi sta sotto i platani sulla sedia di vimini con cui l'hanno portata via di peso, mentre tutto tremava, lei, la sua bombola d'ossigeno, i suoi 90 anni: «Come sto? Come me vedi, fijo mio, però mi sa che dobbiamo rifare un sacco di tetti, eh?». Anna Ferretti ha un trolley, gli occhi smarriti: «Tutta 'sta paura e adesso la tristezza è che c'abbassano pure il terremoto. Scrivete la verità, scrivetelo che no n è un 6.5, ma è un 7.2!». Questo sisma senza vittime, e dunque senza un dolore che sanguina, senza salme da onorare, è inevitabilmente meno composto, lascia salire fiumi carsici di rancore verso tutti, Stato, Comune, istituzioni, con l'idea di un abbandono deciso a tavolino.
Persino tra le miti clarisse cova la rivolta. «Adesso il vescovo vorrà portarci a Trevi», dice suor Maria Raffaella, la più anziana e la più autorevole delle sette suore: «Beh, noi non ci andiamo. Lo scriva. Ci mettano in un container qui davanti, noi aspettiamo finché non potremo tornare nel monastero a riaccendere la luce, come Santa Chiara che voleva illuminare la vita dell'uomo! E poi non possiamo andarcene davvero, aspettiamo due nuove vocazioni», l'arrivo di due novizie. Suor Lucia, la più giovane, è incaricata di andare a recuperare, con caschetto e aiuto dei pompieri, il cane del convento: Giobbe. «Sa, ci vuole pazienza a stare con sette di noi», dice Maria Raffaella.
Appena sotto Porta Romana, nasce un improvvisato, e ahinoi sguarnito, centro operativo comunale. Il vicesindaco Pietro Luigi Altavilla («so' missino, detto Boia chi molla, e io non mollo, lo scriva») si sgola al telefono chiedendo «pane, spaghetti, persino un bue arrosto, portateci da mangiare!». Ma non funziona. A pranzo ci sono 150 pasti per 600 persone in fila. Solo qui gli sfollati sono 3.500, cinquemila col circondario stretto. La governatrice umbra Catiuscia Marini dice che «il terremoto di Norcia cambia lo scenario e le prospettive di ricostruzione, dobbiamo essere franchi. Noi non deportiamo nessuno, se la gente vuole stare qui la aiuteremo, ma non è che da un momento all'altro si possa attrezzare queste zone, è una crisi sismica».
È anche l'annuncio politico di una grana immensa che sta per esplodere sul governo, sul commissariato alla ricostruzione, sulle casette che dovevano arrivare per marzo e adesso si dovrebbero moltiplicare per dieci o per venti volte. Alle cinque della sera, nel campo sportivo, il sindaco Nicola Alemanno, megafono in mano, è in mezzo a un disastro biblico. Prova a spiegare alla gente che tocca salire sui pullman, andare sul Trasimeno, mettersi in salvo. Lo insultano, lo maledicono, invocano tende che in autunno inoltrato sarebbero impossibili da usare. Nel fango, col gelo che scende, i pullman su cui comunque cominciano a salire a centinaia. «Lo sapevate che c'era il terremoto, non potete dirci che è arrivato adesso!». Una ragazza corre in lacrime, chiede aiuto. Suo padre abita in via Montedoro, asfalto sfasciato verso la collina, tra case che crollano. Non vuole andarsene. Le ha detto: «Datemi tre sigarette e lasciatemi crepare in pace». Molti la pensan o come lui, in questa sera che cala troppo presto come un ultimo insulto.
31 ottobre 2016 | 08:04
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References
- ^ Terremoto, crolla la cattedrale di Norcia (www.corriere.it)
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