La resa dei conti all'interno del Grand Old Party è iniziata con quel "liberi tutti" pronunciato da Ryan, lo speaker repubblicano[1] della Camera dei Rappresentanti durante la conference call con i rappresentanti del Gop al Congresso, che suona tanto come una rinuncia alla conquista della Casa Bianca, un invito a "fare il meglio per voi stessi nei vostri collegi" ben più concreto e significativo di tutte le dichiarazioni di facciata che vorrebbero il Gop ancora unito attorno al suo candidato alla successione di Obama.
"Da questo momento smetterò di difende re Trump" aveva detto Ryan ai suoi, indicando nella concentrazione di ogni suo sforzo per mantenere ai repubblicani la maggioranza in Congresso l'unica trincea difendibile dopo la diffusione del video datato 2005 in cui il magnate spiegava come essere un vip permetta di fare delle donne "ciò che vuoi". Video per il quale Ryan si era detto "disgustato"[2]. A nulla è valso, da parte del suo ufficio, precisare successivamente che il disimpegno dello speaker repubblicano non equivale a un passo indietro rispetto all'endorsement di Trump. Mai come in questo caso, la sostanza tracima oltre la forma.
E allora ecco Trump rompere ogni indugio, liberarsi di ogni cautela e dirottare i suoi strali dai Clinton verso il nemico interno, quell'establishment repubblicano che, sbaragliato dall'immobiliarista miliardario durante le primarie, gli fa mancare il terreno sotto i piedi proprio quando avrebbe bisogno di un robusto supporto su cui puntellare il rush finale verso le presidenziali. Adesso, per Trump, quel nemico interno ha un solo volto: Paul Ryan.
Così, dopo avergli rivolto a caldo l'invito via Twitter a dedicarsi "all'equilibrio di bilancio, all'occupazione e all'immigrazione illegale piuttosto che perdere tempo a farmi la guerra", ecco il candidato alla presidenza degli Usa caduto in disgrazia per la sua volgarità offerta in pasto ai media tornare alla carica 24 ore dopo: "Il nostro debole e inefficace leader, Paul Ryan, ha tenuto una brutta conference call i cui partecipanti si sono infuriati per la sua slealtà".
La società Politic/Morning Consult ha diffuso la rilevazione sull'esito del secondo dibattito televisivo, andato in onda nella notte di domenica da St. Louis: Clinton è data vincente con il 42 per cento delle preferenze, mentre Trump è accreditato di un misero 28 per cento. Una nuova voragine si sarebbe dunque aperta tra i due rivali, quando nel precedente sondaggio di Nbc e Wall Street Journal, realizzato dopo la diffusione del video che inchioda Trump al suo sessismo e prima del nuovo duello tv, Clinton risultava in vantaggio di cinque punti, il 42 per cento a fronte del 37 per cento attribuito a Trump.
Ancor più signifi cativo che Clinton, secondo la media dei sondaggi effettuata da Real Clear Politics, sia in testa in tutti i principali "Swing States", gli Stati in bilico, fatta eccezione per Iowa e Georgia, dove Donald Trump è avanti rispettivamente di 3,7 e 5 punti. Ma la candidata democratica guida la corsa nell'importantissima e spesso fatale Florida (+2,4%), stagliandosi, apparentemente irraggiungibile, in Pennsylvania (+8,6%) e in Virginia (+7,5%).
References
- ^ pronunciato da Ryan, lo speaker repubblicano (www.repubblica.it)
- ^ si era detto "disgustato" (www.repubblica.it)
- ^ mail rivelate da Wikileaks (www.repubblica.it)
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