Per la prima volta li vedremo sfidarsi direttamente, faccia a faccia: Hillary Clinton e Donald Trump, in piedi dietro un leggio, per 90 lunghi minuti a partire dalle 9 di stasera (le 3 del mattino in Italia). Otto su dieci elettori americani dicono che guarderanno questo primo dibattito presidenziale — un po' per interesse politico e molto per ragioni di intrattenimento — paragonato al Super Bowl o a un match di pugilato. Potrebbe diventare il dibattito presidenziale più visto della storia, con oltre 100 milioni di spettatori (al momento il record spetta a Reagan contro Carter, 1980, 80 milioni). Come si farà a decidere chi ha vinto il dibattito? Che cosa possiamo aspettarci dalla serata di oggi, e dalle sue conseguenze? Ecco una piccola guida sul primo dibattito presidenziale.
Aspettative
Quello di oggi è il primo dei tre dibattiti previsti tra i candidati alla Casa Bianca (il secondo il 9 ottobre, il terzo il 19 ottobre), mentre i loro vice — il democratico Tim Kaine e il repubblicano Mike Pence — si fronteggeranno in un'unica occasione il 4 ottobre. Il momento è carico di aspettative: il Washington Post ha appena pubblicato un sondaggio che vede Hillary in testa soltanto di due punti sul rivale, mentre alcuni Stati — come il Colorado — una volta sicuri per la candidata democratica sono tornati in gioco. Il New York Times si è tolto i guanti e ha pubblicato due editoriali, uno di elogio a Hillary, l'altro che mirerebbe a relegare per sempre Trump nel piccolo schermo della reality tv. Ma i lettori del Times sono per lo più già elettori di Hillary. La candidata per assicurarsi la vittoria deve conquistare gli indecisi e spera di farlo raggiungendoli stasera in tv.
I temi e i tempi
Nel corso del dibattito, che si terrà presso la Hofstra University di New York, si discuteranno tre temi, annunciati una settimana fa dal moderatore, il conduttore della tv Nbc Lester Holt: «la direzione dell'America», «come raggiungere la prosperità» e «la sicurezza dell'America». Ognuno di questi temi occuperà due dei sei segmenti da 15 minuti in cui è suddiviso il dibattito. Il moderatore aprirà ogni segmento con una domanda alla quale i candidati dovranno rispondere in due minuti ciascuno, avendo poi il tempo di rispondersi l'un l'altro, mentre Holt potrà usare il tempo rimanente per approfondire le questioni. Secondo un sondaggio del Washington Post, a Trump conviene puntare sul terrorismo, tematica su cui ha un certo vantaggio, mentre Clinton è in testa tra chi vota soprattutto pensando all'economia.
Come si decide chi ha vinto?
Nel sondaggio del Washington Post il 44% delle persone interpellate pensa che Clinton avrà la meglio in questo primo dibattito mentre il 34% si aspetta che vinca Trump. Ma come si capisce chi ha vinto? Mentre i candidati parleranno, fioccheranno subito sui social media i giudizi (anche di parte) su chi stia vincendo. Dipenderà dalle parole che useranno ma anche moltissimo dal linguaggio del corpo, dall'energia trasmessa. Nel primo dibattito del 2012 Obama «perse» contro Romney non sulla base dei contenuti, ma perché sembrava prendere poco sul serio il rivale e il dibattito, sembrava non voler essere lì. Alla fine, si può dire che vinca chi riesce di più a migliorare la sua percezione da parte degli elettori, in particolare quelli che non sono ancora convinti. Si potrebbe dire che questa elezione ha visto i due candidati diventare rappresentativi dei peggiori stereotipi di genere. Trump: arrogante, maschilista, bullo. Hillary: fredda, calcolatrice, fa lsa. Riusciranno i nostri eroi a mostrare di essere altro da questi stereotipi con una personalità più sfaccettata e complessa? La loro capacità di riuscirci potrebbe rivelarsi la chiave per la vittoria elettorale.
Il test: essere presidenziale
Su una cosa i commentatori sono d'accordo: la maggior parte della gente guarderà questo dibattito per vedere Trump; e Trump vincerà se riuscirà a dimostrare di essere «presidenziale». Infatti, la strategia di Hillary, che si è allenata metodicamente davanti al leggio con un finto rivale, mettendo a punto risposte da due minuti, è non solo di smascherare le bugie di Trump ma mostrare che è «caratterialmente inadatto allo Studio Ovale». Visivamente e fisicamente, il fatto di trovarsi faccia a faccia con Hillary gli darà la dignità del candidato a tutti gli effetti. C'è chi (Frank Bruni, sul New York Times) argomenta che per Trump la cosa migliore sarebbe riuscire ad essere noioso. Se invece esibisse la sua consueta volgarità, in particolare contro una donna, questo potrebbe sancire la sua fine. Nell'incertezza su quale Trump apparirà lunedì sera, Hillary si è addestrata a fronteggiarne di diversi: dal candidato che discute di grandi temati che promesso dal suo staff, al bullo che insulta e denigra. Resta invece aperta la questione di che cosa significhi essere presidenziale per una donna come Hillary: poiché non è mai successo prima che ci sia stata una donna presidente degli Stati Uniti, tutto — dal tono di voce all'abbigliamento, al livello di emotività — è oggetto di scrutinio.
L'incognita «femminile»
Un comportamento che qualifica un uomo come forte, può risultare nell'etichetta di «aggressiva» per una donna. Sarà interessante per esempio vedere fino a che punto Hillary si permetterà di interrompere e contraddire il rivale — secondo il suo staff c'è qualche esitazione a farlo. Lei stessa, parlando con il blogger Humans of New York, recentemente notava che molte donne hanno imparato a controllare il tono di voce e le proprie emozioni per vincere. Un look per cui è stata elogiata è quello mostrato nello show satirico Between Two Ferns (tra due felci), in cui ha sfoggiato senso dell'umorismo e nessuna posa da robot. Per lei — secondo i commentatori — il test più grande è dimostrare di essere degna di fiducia, onesta, «trasparente», non farsi mettere sulla difensiva e discutere l' errore di aver usato un server privato per le mail del dipartimento di Stato, o l'accesso riservato ai ricchi finanziatori della sua Fondazi one Clinton. Il suo obiettivo in fin dei conti è di vincere questo dibattito, non di usarlo per sovvertire il patriarcato.
Il moderatore
Nel suo libro del 1987 The Art of the Deal Donald Trump definisce così una delle figure retoriche da lui più amate: «l'iperbole veritiera». «È una forma innocente di esagerazione, e una forma assai efficace di promozione». In questo dibattito, è quasi impossibile immaginare che Trump non ne faccia uso. Molto dipenderà dunque da quanto il moderatore — Lester Holt della Nbc — sarà pronto a correggere le affermazioni non veritiere dei candidati. Un altro commentatore di Nbc, Matt Lauer, è stato fatto a pezzi per non aver contraddetto Trump nel suo ruolo di moderatore in un forum in cui il miliardario dichiarò di essersi opposto alla guerra in Iraq (mentre invece l'ha appoggiata). Nei dibattiti presidenziali, esistono linee guida che prevedono che i moderatori spingano i candidati ad essere precisi nel rispondere (poiché di solito la loro tendenza è di presentare il proprio programma indipendentemente dalle domande) allo stesso tempo restando in un ruolo secondario. Hillary ha chiesto esplicitamente che Holt controlli la veridicità delle dichiarazioni che farà Trump, mentre quest'ultimo è intervenuto chiedendo che invece non lo faccia. Senza un factchecking adeguato, il dibattito rischia di finire in uno scambio di accuse tra i due candidati. Se Holt sarà puntiglioso, ci si chiede comunque se Trump non finirà comunque nel presentarsi come una vittima dei media di parte.
Quanto conta il dibattito
Un terzo degli elettori dicono che i dibattiti saranno fondamentali nel determinare la scelta dell'8 novembre, secondo il Wall Street Journal. Lo dicono i repubblicani indecisi (il 37%) un po' più dei democratici (il 31%). Su quanto contino i dibattiti in realtà non c'è accordo tra gli esperti. Nel 2012 Obama avrà perso il primo dibattito contro Romney ma questo non ha messo in pericolo la sua vittoria elettorale. Al Gore, invece, nel corso di tre dibattiti, si rivelò sgradevole e arrogante agli occhi di un elettorato che si sentiva più a suo agio con George W. Bush e questo ebbe conseguenze definitive. Karl Rove, lo stratega di George W. Bush, ha scritto sul Wall Street Journal che con tanti elettori scontenti di entrambi i candidati (il 57% ha una impressione negativa di Hillary e una percentuale uguale di Trump, considerati poco onesti) quel che può rimescolare le carte in tavola è solo «un grosso errore dell'uno o dell'altro ». Rove sostiene di non aspettarselo. L'errore è sempre possibile, come quando Bush padre «perse» il dibattito contro Clinton sbirciando l'orologio come se volesse essere altrove.
26 settembre 2016
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