Due italiani sono stati rapiti tra le 7 e le 8 di ieri a Ghat, nel sud della Libia al confine con l'Algeria da sconosciuti armati e mascherati che hanno bloccato la loro auto e hanno aperto prima di costringerli a salire su un fuoristrada. Sono Bruno Cacace[1], 56enne residente a Borgo San Dalmazzo (Cuneo), che vive in Libia da 15 anni, e Danilo Calonego[2], 66enne della provincia di Belluno, come hanno confermato i carabinieri di Cuneo. Assieme ai due italiani è stato rapito un cittadino canadese. Tutti e tre lavorano per la Con.I.Cos, società di Mondovì (Cuneo) che si sta occupando della manutenzione dell'aeroporto di Ghat, città sotto il controllo del governo di unità nazionale di Tripoli, internazionalmente riconosciuto.
I rapitori sono noti alle autorità locali e in passato hanno effettuato imboscate contro auto e rapine. Lo riferisce il portavoce della municipalità di Ghat, Hassan Osman Eissa, all'Associated Press. Il portavoce ha detto che le autorità stanno indagando ma non ha voluto aggiungere altro. I due italiani, Bruno Cacace e Danilo Calonego, sono stati rapiti ieri mattina assieme ad un cittadino canadese vicino la città di Ghat.
"E' troppo presto per definire i contorni e la reale matrice di questo evento". Lo ha detto il capo dell'Unità di crisi della Farnesina, Claudio Taffuri, in merito al sequestro dei due italiani in Libia.
Quello che doveva essere un 'rapimento lampo' con immediato pagamento di un riscatto e rilascio degli ostaggi, non si è chiuso subito. E' quindi iniziata una fase delicatissima che può diventare pericolosa man mano che passa il tempo. E' una delle ipotesi all'esame di chi sta seguendo il caso. La zona del sequestro è conosciuta dall'intelligence. Si tratta di un'area nella quale imperversano tribù tuareg e trafficanti di ogni tipo. Non mancano infiltrazioni jihadiste. Ma proprio quella del gruppo criminale 'comune' sembra per ora la pista privilegiata per risalire agli autori del sequestro. Come l'esperienza del precedente rapimento dei quattro operai della Bonatti in Libia insegna, tuttavia, il fatto non costituisce alcuna garanzia di una rapida risoluzione del caso. L'Aise si è subito messo al lavoro con i suoi contatti locali per identificare i sequestratori e capire il tipo di richieste che partiranno. Coinvolta naturalmente anche l'azienda Conicos che impiegava i lavoratori e che ha uffici in Libia. Il rapimento è avvenuto ieri mattina, la Farnesina ha confermato in serata la notizia che era cominciata a circolare su alcuni media. Un lasso di tempo in cui sono stati fatti i massimi sforzi per risolvere velocemente il caso prima che diventasse pubblico. Ma senza risultati. Ora l'obiettivo è capire con certezza chi ha in mano gli ostaggi e che tipo di contropartita vuole; quello che è da scongiurare è il passaggio di mano ad altri gruppi, di matrice jihadista, che potrebbero utilizzarli per rivendicazioni 'politiche' contro la presenza italiana e in Libia.
I rapitori hanno aperto il fuoco contro di loro e poi li hanno prelevati", ha riferito al sito Masrawy.com un membro del consiglio municipale di Ghat. La stessa fonte ha aggiunto che "l'autista che accompagnava i tre è stato trovato con le mani legate in una zona desertica" e ha rivelato che a fornire tali particolari sulla dinamica del s equestro sarebbe stato proprio l'autista abbandonato dai sequestratori. Il sindaco di Ghat, Komani Mohamed Saleh, aveva detto in precedenza al sito arabo Tuniscope che "Sconosciuti hanno sequestrato all'alba un canadese e due italiani" e che "si sta lavorando per conoscere il gruppo dei rapitori e il luogo dove sono stati portati i tre". Altre fonti libiche hanno dichiarato al sito arabo 218.tv.net che "uomini mascherati che si trovavano a bordo di una vettura 4x4, hanno fermato vicino alla cava di El-Gnoun un'auto dove si trovavano degli stranieri che stavano viaggiando verso il loro posto di lavoro vicino all'aeroporto di Ghat, prima di sequestrarli". Nessun riferimento al movente né alla possibile affiliazione dei rapitori, anche se in Libia sono comuni i sequestri a scopo di estorsione. La Con.I.Cos (Contratti Italiani Costruzioni) opera da decenni in Libia con numerose commesse di ingegneria civile e ha la sua sede centrale a Tripoli, ma anche uffici a Derna, Bengasi e , appunto, Ghat. Sarà la procura di Roma ad indagare sul rapimento. L'apertura del fascicolo processuale è subordinata ad una prima informativa dei Ros che arriverà a breve a piazzale Clodio e, come per episodi analoghi, si procederà per sequestro di persona con finalità di terrorismo.
"Li hanno fermati in mezzo alla strada, nel deserto. Probabilmente hanno visto un'auto ferma e hanno rallentato pensando fosse in panne...". A raccontarlo è Pier Luca Racca, che per dieci anni ha lavorato in Libia, anche al cantiere dell'aeroporto di Ghat, e che conosce i due italiani rapiti con i quali ha anche lavorato. "Ho parlato con un nostro referente libico, è stato lui a raccontarmi queste cose", spiega l'uomo, che nel 2014 è tornato a vivere a Mondovì, dove ora gestisce una edicola. "In Libia non era più come una volta - spiega - così dopo dieci anni abbiamo deciso di tornare a casa. Ho provato a chiamare alcuni colleghi che sono ancora là, ma il telefono neppure squilla...".
Sorella rapito, Bruno doveva tornare a casa domenica - "La vita di Bruno è qui, non in Libia, doveva tornare a casa domenica". Lo dice la sorella dell'italiano rapito in Libia, Ileana Cacace. "Sapevamo che girava con la scorta", si limita ad aggiungere la donna uscendo per qualche minuto da villa Primula, la casetta a due piani di Borgo San Dalmazzo dove sta aspettando notizie con l'anziana madre, Maria Margherita Forneris, e l'altro fratello, gemello del sequestrato, Claudio.
Salgono così a tre i rapiti italiani nel mondo: da tre anni è in mano ai sequestratori padre Paolo Dall'Oglio, sparito a Raqqa, in Siria, nel luglio 2013. Si è attivato anche il Copasir, che oggi riunirà l'ufficio di presidenza che potrebbe decidere di convocare presto in audizione il direttore dell'Aise (Agenzia informazioni e sicurezza esterna), Alberto Manenti. Gli apparati di sicurezza ritengono "non ad alto rischio" la zona della Libia dove sono stati rapiti gli italiani e il canadese, che è abitata da tribù tuareg alleate di Tripoli. Ma l'intera area, al confine con il sud dell'Algeria e il Niger, è zona di passaggio di cellule islamiste legate ad Al Qaida e tutt'altro che immune da infiltrazioni dell'Isis. Ma dopo il tragico esito del sequestro dei quattro lavoratori della Bonatti (due dei quali rimasti uccisi in circostanze ancora non chiarite a Sabratha, nel marzo scorso, dopo un sequestro durato 8 mesi), c'è stata un'ulteriore 'stret ta' per evitare che civili italiani si trovino in un Paese dove infuriano gli scontri tra milizie rivali e dove la minaccia dell'Isis è una realtà.
References
- ^ Bruno Cacace (www.ansa.it)
- ^ Danilo Calonego (www.ansa.it)
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